MAFIA, RELAZIONE FINALE – Parte3: Associazioni antimafia, scambio politico-mafioso e conclusioni

Dopo la prima e la seconda parte della dichiarazione di voto alla relazione ecco la terza e ultima parte.

Le associazioni antimafia

E sul mondo delle associazioni antimafia ci sarebbe molto da scrivere. Un movimento nato prepotentemente all’indomani dei terribili omicidi dei giudici Falcone e Borsellino che sicuramente ha contribuito alla formazione di un’importantissima coscienza collettiva sulla natura della mafia e sulle infiltrazioni nelle istituzioni pubbliche. Un movimento che inizialmente era slegato dai soldi, fatto di gente comune e volontari che riconoscevano l’importanza della necessità di un impegno civico quotidiano contro la criminalità organizzata.
Sfortunatamente, parte di questo movimento si è incrinato alle logiche di potere e della politica o addirittura si è fatta corrompere ed infiltrare dalla mafia stessa.
La relazione riporta effettivamente casi eclatanti di così detti paladini dell’antimafia, che grazie a questa nomea hanno fato carriera, magari hanno messo su aziende, anno lucrato ed ottenuto ingenti finanziamenti, e invece si sono poi rivelati collusi con la mafia stessa.
Addiopizzo pure è stata travolta, prima dall’accusa di poca trasparenza dei propri bilanci che non venivano pubblicati e poi da scandali sull’uso improprio di alcuni fondi pubblici e sull’uso improprio della propria influenza per ottenere beni sequestrati e confiscati. In particolare, sui fondi del PON Sicurezza veicolati dal ministero dell’Interno. La Commissione, dopo le prime accuse di mancata trasparenza, giustamente ha chiesto all’associazione copia della documentazione per verificare come erano state spese le risorse pubbliche. Ma anche in questo caso, similmente a quanto avvenuto con il caso Saguto, la Commissione non ha voluto approfondire il problema. Se lo avesse fatto avrebbe facilmente notato che una parte consistente dei fondi veniva utilizzata per dare stipendi ad alcuni appartenenti all’Associazione. Parliamo di svariate centinaia di euro a persona, per qualche riunione al mese: secondo i dati fornitici si arrivava anche a 2 mila euro a persona per 10 giorni di lavoro. Un classico esempio di come l’antimafia si sia trasformata in una maniera per arricchirsi, senza sporcarsi le mani.
Se poi pensiamo al funzionamento del Comitato di solidarietà per le vittime dell’estorsione e dell’usura, noto anche come Comitato Antiracket, il cerchio si chiude. Questo Comitato, istituito presso il Ministero dell’Interno, ha il compito di valutare le domande di risarcimento o finanziamento di quei soggetti che sono stati vittime del pizzo e dell’usura. Anziché essere formato da soggetti indipendenti e istituzionali, il Comitato vede la partecipazione delle associazioni antiracket, le stesse che difendono questi imprenditori nelle sede giudiziari che poi richiedono l’accesso a queste risorse pubbliche. E ovviamente non c’è ombra di trasparenza e pubblicità dei lavori. Un circolo vizioso, un evidente conflitto di interessi, dove il marcio del denaro rischia di corrompere un movimento nato e cresciuto nella parte sana della società.

Lo scambio politico-mafioso

Se volessimo ampliare il giudizio a tutte quelle questioni in tema di mafia anche al di fuori di quanto avvenuto in seno alla commissione antimafia, la lista sarebbe ancora lunga. Come non parlare del 416-ter, il reato di scambio elettorale politico-mafioso: ci sono voluti mesi e mesi di discussione tra Camera e Senato e l’accordo che è stato raggiunto tra Maggioranza e centro-destra ha di fatto annacquato quello che poteva costituire un’occasione per dare un durissimo colpo alla criminalità organizzata e ai politici collusi. Da una parte si è giustamente deciso di ampliare la fattispecie anche a chi promette “Altre utilità” in cambio di voti, e non solo denaro. Peccato che dall’altra parte sono state sensibilmente ridotte le pene per chi commette questo reato, né tanto meno è stata accettata la formulazione che includesse anche chi funge da intermediario nel procacciare i voti. E forse, ancor più grave, si è voluto circoscrivere il reato a chi richiede lo scambio elettorale esclusivamente tramite metodo mafioso, salvando dunque tutti quei voti che i mafiosi garantiranno ai politici senza usare intimidazioni ma semplicemente denaro. Un’occasione mancata.

I trattati bilaterali e l’estradizione del latitante Scotti

Come non parlare poi dei trattati bilaterali in tema di cooperazione giudiziaria. Ci sono trattati internazionali già firmati che ancora attendono di entrare in vigore a causa di qualche non ben precisato intoppo burocratico tra alte sfere del governo, il quale avrebbe dovuto presentare uno specifico disegno di legge di ratifica. Mentre il Parlamento, avrebbe dovuto ratificare tale disegno di legge. Il caso Matacena ha fatto scuola: Amedeo Matacena, già deputato di Forza Italia e condannato per mafia, è latitante a Dubai da diversi anni e non sarà estradato in tempi brevi nel nostro Paese per scontare la pena. Infatti, il trattato bilaterale con gli Emirati Arabi Uniti firmato nel settembre 2015 e annunciato in pompa magna dal governo, non è mai entrato in vigore.
Ancora oggi non si sa bene che fine abbia fatto ma sicuramente sappiamo che è chiuso in qualche cassetto governativo. Con buona pace di tutte quelle vittime di mafia che attendono giustizia.
Un discorso simile si potrebbe fare per la Colombia. Pochi mesi fa il magistrato Nicola Gratteri ha lanciato un monito su questi trattati, già firmati da tempo ma anch’essi fermi a causa di qualche inspiegabile intoppo burocratico.
In entrambi i casi, a nulla sono serviti appelli e interrogazioni.
Ancora peggio è il caso in cui questi trattati esistono e sono in vigore ma il governo se ne frega.
Come è successo per l’estradizione di Pasquale Scotti, uno dei più pericolosi latitanti di Camorra in Brasile, il quale, se il governo italiano non fosse stato prontamente sollecitato, da una mia interrogazione parlamentare e da qualche articolo di stampa, ad inviare la documentazione necessaria alla richiesta di estradizione, a tutt’oggi sarebbe ancora nelle soleggiate spiagge di Rio.

Conclusioni

In conclusione, con il mio, unico, voto contrario a questa relazione, saluto quasi 5 anni di lavoro nella commissione parlamentare antimafia, che ci lascia sicuramente con qualche successo, ma che al tempo stesso poteva essere più coraggiosa e meno timorosa delle conseguenze del proprio lavoro.
Saluto e ringrazio la presidente Bindi, con la quale ho avuto in questi anni qualche scontro ma sempre rispettoso della sua figura e del suo impegno nell’ambito della commissione.
Spero che la prossima Commissione Antimafia agisca, in maniera oculata e minuziosa ma anche in modo più spregiudicato, utilizzando tutti gli strumenti a propria disposizione, non limitando la propria azione ad attività conoscitive e meramente legislative ma avventurandosi nell’esercizio di quelle funzioni che gli sono conferite dalla Costituzione Italiana all’articolo 82 che, testualmente, recita: “La Commissione d’inchiesta procede alle indagini e agli esami con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell’autorità giudiziaria”.
Credo che quando si accetta di ricoprire certi ruoli, come quello di parlamentare e rappresentante del popolo, bisognerebbe essere pronti a venire criticati, anche aspramente.
Questo discorso vale a maggior ragione per chi decide di far parte della Commissione antimafia.
Al tempo stesso bisogna aver la voce per spiegare e realizzare le azioni per contrastare la mafia: i cittadini vedono i politici come parte del sistema di malaffare e senza azioni chiare, determinate e nette, non si può pensare di invertire una cultura malata, un’economia che ha nelle sue fondamenta le mafie. Se i partiti oggi sono divenuti porte d’ingresso per far entrare le mafie in Parlamento, se i partiti sono divenuti società di servizi per il malaffare, qualsiasi richiesta di cambiamento culturale, seppur giusta, non troverà credibilità. I nostri cittadini vivono fra disperazione e povertà, fra egoismo e inquinamento, i nostri cittadini vedono la velocità delle mafie nel cambiare, nell’adattarsi ai tempi, e, dall’altro lato, uno Stato, una politica troppo lenta nel cambiare, nel migliorare gli strumenti a disposizione di chi dedica la propria vita nel combattere le mafie. Questo non è accettabile.
Mi auguro che chi verrà dopo di noi, avrà il buon senso di capire l’importanza di questo ruolo, e di avere tutto il coraggio di portare avanti battaglie anche scomode. Perché fare la lotta alla mafia in questo Paese significa anche lottare contro un sistema di poteri marcio e ben radicato, che, se vogliamo dare un futuro ai nostri figli, bisogna smantellare. E in fretta.

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