MAFIA, RELAZIONE FINALE – Parte 2: Il caso Saguto e il codice antimafia

Passiamo poi alla questione della riforma del codice antimafia e della gestione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità (VIDEO). L’iter della riforma è stato molto lungo e travagliato. Ha avuto inizio nel 2014, come prodotto della discussione della commissione antimafia, che ha poi dato impulso ad una discussione più ampia tra le forze politiche in parlamento.
Tralasciando la lunghezza dell’iter parlamentare e la lunga sosta in Senato, dopo una prima approvazione da parte della Camera, molti gruppi politici hanno sollevato aspre critiche nei confronti di una parte consistente della riforma. Una riforma che nel suo complesso ha apportato innegabili migliorie ma al contempo non risolve o addirittura aggrava certi difetti che l’attuale sistema presenta.
Una tematica che è legata a doppio filo a quella dei problemi intrinsechi dell’associazionismo antimafia, che sull’acquisizione e gestione di questi beni ha sviluppato una parte consistente della propria attività.
Ma andiamo per ordine.

Innanzitutto, la questione INVITALIA. Il testo della riforma, sin dalla sua prima approvazione alla Camera, conteneva la possibilità che i complessi aziendali più grandi potessero essere amministrati da dipendenti di INVITALIA, una società pubblica nota alle cronache per i continui fallimenti nella gestione e nel rilancio delle imprese. Senza contare che tra le notizie di cronaca, anche recente, è facile imbattersi in articoli che trattano di presunti illeciti e truffe commesse dai suoi dipendenti.
Per tale ragione, questa previsione è stata fortemente osteggiata in tutte le sedi. Per salvaguardare le aziende e l’occupazione, ci sarebbe però uno strumento innovativo che abbiamo persistentemente proposto, quello della vendita anticipata delle aziende. Una proposta che, come altre, è contenuta sia nella Relazione prodotta dalla Commissione Garofoli che nella Relazione della Commissione Gratteri. Si tratta di una misura che consentirebbe di destinare le aziende, inclusa la possibilità di vendita, anticipatamente rispetto alla confisca definitiva, quando ormai sono in grave crisi se non addirittura già fallite. In questo modo si salvaguarderebbero i livelli occupazionali e il tessuto economico e sociale locale. Insomma, ne gioverebbero tutti: le casse pubbliche, i lavoratori, il sistema economico. Ma dall’altra parte mi sono sempre trovato di fronte un muro, un muro insensato e senza spiegazioni.

Andiamo avanti. Molto ci sarebbe da fare anche sulla nuova struttura che si è data l’Agenzia Nazionale per la gestione dei Beni Sequestrati e Confiscati alla Criminalità organizzata. In particolare la nuova struttura prevede la creazione di un nuovo Organismo, il Comitato Consultivo e di Indirizzo composto da tutti quei soggetti, anche non istituzionali, interessati nella gestione di questi beni. Sindacati, associazioni, datori di lavoro, ecc. Peccato che questo organismo, oltre a dare semplici pareri, potrà mettere bocca su questioni di vitale importanza per il funzionamento dell’agenzia, sino ad arrivare a dare “indirizzi” sulle assegnazioni dirette di determinati beni.
Insomma, se non è chiaro il gravissimo conflitto di interessi in questo caso, vuol dire che si è di fronte ad una precisa volontà di non vedere il problema ma anzi di esserne complice. I rappresentanti che avranno la fortuna di fare parte di questo Comitato potranno fare il buono e il cattivo tempo, condizionare l’agenzia, assegnare i beni più “redditizi” o rilevanti ad amici, mentre gli altri potranno rimanere a guardare.
Stesso problema viene poi riproposto a livello provinciale con un nuovo organismo (Tavoli provinciali) creato nelle prefetture per la gestione delle aziende. Anche qui, solito discorso valido per il Comitato costituito presso l’agenzia ma diffuso a livello territoriale.
Tutto ciò aggravato dal fatto che non si voluto inserire, sia nel Comitato consultivo che nei Tavoli provinciali, alcun tipo di riferimento a pubblicità dei lavori, trasparenza, deposizione di verbali dei
lavori, ecc.. Proposte che per lo meno avrebbero reso questo rischio meno grave ma evidentemente a qualcuno andava meglio così.
Ecco il rischio è che un gruppetto di prescelti si racchiuda nelle segrete stanze e decida il buono e il cattivo tempo su una torta che vale svariati miliardi di euro. Oltre alle aziende, si poteva dare un po di risalto in più anche agli immobili. Un patrimonio immenso ma che sfortunatamente viene poco valorizzato, spesso lasciato in decadenza o abbandonato. Trasformando simboli del successo della lotta dello Stato alla mafia, in simboli del suo fallimento. Basterebbero pochi accorgimenti e soprattutto fondi per ristrutturare e rendere agibili questi palazzi, ville, case, capannoni. Sembra poco, eppure è quel poco che può fare un’enorme differenza, anche simbolica.

Insomma, a mio parere questa riforma, anche se ha fatto qualche passo avanti, poteva essere più incisiva, poteva essere più coraggiosa. Sono migliaia i beni confiscati nel nostro Paese e costituiscono un immenso patrimonio ed un’occasione di rilancio sociale ed economico senza precedenti. E invece continuerà ad essere solo uno strumento a disposizione da utilizzare da qualche politico di turno per i propri interessi.
Anche su questo ho presentato una proposta di legge, contenente alcune delle proposte fatte in questi anni di assiduo lavoro sul tema. A mio parere, la vicenda del magistrato Saguto è emblematico. Il magistrato allora capo della Sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo è sotto processo perché accusata di aver gestito l’amministrazione dei beni sequestrati e confiscati in maniera clientelare se non addirittura familistica. In particolare, secondo l’accusa e stando alle informazioni trapelate sulla stampa, il magistrato avrebbe trasformato la propria missione istituzionale in un ufficio di collocamento per incarichi d’oro ai soliti noti, a partire dall’amministratore giudiziario Gaetano Cappellano Seminara, in cambio di indebiti vantaggi per sé e per i suoi familiari.

La commissione antimafia avrebbe potuto agire in maniera più incisiva e per tempo, quando l’allora Direttore dell’Agenzia Nazionale Beni Sequestrati e Confiscati, prefetto Caruso, in audizione in commissione ha lanciato un monito su quanto stava accadendo a Palermo. Un monito che non si è voluto ascoltare sino in fondo ed approfondire in maniera adeguata. Anzi, sembrava quasi che la commissione adottasse un atteggiamento ostile nei confronti del prefetto o comunque di forte diffidenza verso ciò che denunciava. Per questa commissione è bastato ricevere un mucchio di scartoffie dalla sezione misure di prevenzione di Palermo per dire che era tutto in regola. Peccato che poche settimane dopo è scoppiato lo scandalo a cui ha fatto seguito l’apertura delle indagini e del processo ancora in corso.
Un vicenda che ha visto coinvolti anche altri rappresentanti delle istituzioni, altri magistrati e un prefetto. Ma non solo. Questa vicenda tocca da vicino anche le associazioni antimafia. In un’intervista dell’ottobre 2015 a La Repubblica Palermo, il giudice Saguto riferendosi alla nomina degli amministratori giudiziari ed altri incarichi nei beni e aziende sequestrate e confiscate, ha detto, testuali parole: i nomi di persone valide li abbiamo chiesti ad associazioni antimafia come Libera, Addiopizzo, li abbiamo chiesti ai parroci. Per essere più tranquilli. Segnalazioni sono arrivate da tutte le parti, anche da colleghi magistrati […] Una volta ci siamo rivolti ad un’associazione di categoria per trovare chi andasse a coltivare dei terreni sequestrati, perché nessuno voleva andarci. Sa quante associazioni ci hanno segnalato commessi o facchini per un supermercato? Funzionava così”.
Un’accusa fortissima, che rischiava di far crollare la facciata del movimento antimafia a Palermo e che la commissione, forse per troppa paura di scoperchiare un vaso di pandora, non ha voluto minimamente approfondire né, tanto meno, citare all’interno della relazione.

Dovremo ancora aspettare tempo prima che si giunga ad una verità processuale dei fatti ma dal punto di vista politico la situazione è ben chiara: i beni confiscati sono una grande torta che può sfamare gli appetiti di molti. Sfortunatamente gli avvenimenti recenti hanno dimostrato che solo in pochi si sono arricchiti, forse in maniera illegittima e disonesta.

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