MAFIA, RELAZIONE FINALE – Parte 1: Lo scioglimento dei comuni

Una relazione pavida

Spettabili Colleghi, Spettabile Presidente On. Bindi

quella che mi trovo di fronte è la relazione di fine legislatura sull’attività svolta in questi quasi 5 anni dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere.
Un documento che, assieme ai vari allegati, consta di oltre 650 pagine.
Poteva essere un’occasione per lanciarsi in maniera impavida nella denuncia delle connessioni tra mafia, politica, burocrazia, istituzioni, massoneria, società civile.
Poteva essere un’occasione per lanciare un monito al Paese a non abbassare la guardia, perché è proprio in quel momento che la criminalità organizzata trova porte e porticine aperte, e si infiltra, in maniera silenziosa ma non per questo meno devastante.
Poteva essere un’occasione per ricordare a quei deputati e a quei senatori che comporranno la prossima commissione antimafia il lavoro che abbiamo svolto, evidenziando anche le voci critiche che spesso si sono levate in questo consesso, voci che hanno consentito una discussione più aperta e più completa su varie tematiche grazie alla quale sono state apportate migliorie condivise a numerosi atti prodotti da codesta commissione.
Invece, questa relazione non è nulla di tutto ciò. E per questo ho votato contrariamente all’adozione di questa relazione, nonostante i numerosi emendamenti che ho proposto e in parte sono stati approvati. Sono stato l’unico ad aver votato contro.
Dalla data d’insediamento della commissione sono stati fatti fondamentali passi in avanti da parte delle istituzioni nella lotta alla criminalità organizzata. Alcune importanti operazioni di polizia che hanno smantellato mese dopo mese rilevanti pezzi della criminalità organizzata in tutto il
Paese e persino all’estero, stanno a dimostrare ciò. Basti pensare all’inchiesta Mammasantissima che ha permesso di ricostruire in maniera abbastanza accurata l’organizzazione e il funzionamento di una delle mafie più ermetiche e pericolose di oggi, la ‘ndrangheta, e i suoi legami con politica e massoneria.
Al tempo stesso, sono stati anche anni durante i quali sono state scoperchiate le radici profonde e marce della mafia nella Cosa Pubblica. Sarebbe impossibile elencare tutti i casi. Soffermandosi solo ai più eclatanti, come non citare l’inchiesta Mondo di Mezzo, meglio nota come Mafia Capitale? Un’inchiesta, i cui risvolti giudiziari sono ancora in corso, che si è abbattuta come un macigno sulla burocrazia e sulla politica romana, e non solo.
E ancora, la vicenda di EXPO di Milano, decantata dal governo come un esempio dell’efficienza italiana nel mondo. Peccato che, poco dopo la fine dell’esposizione universale, abbia mostrato quanto queste mastodontiche opere pubbliche, soprattutto quando realizzate di fretta e senza controlli, costituiscano un’occasione d’oro per sfamare gli appetiti famelici della criminalità organizzata. Oltre all’inutile spreco di fondi pubblici.
È stata una relazione che ci è stata consegnata frettolosamente, che, pavidamente, non ha voluto mettere nero su bianco importanti rilievi fatti nel corso di audizioni o missioni, forse per timore di essere attaccati, vista la delicatezza degli argomenti toccati.
Ma credo fermamente che, essere membri di questa commissione ci ponga in una posizione nella quale sia necessario e doveroso esporsi in prima persona per portare avanti battaglie in favore della legalità e della trasparenza. Anche se questo significa subire attacchi politici o vedere screditato in maniera orchestrata il proprio lavoro. E su questo potrei avere anche qualcosa da raccontare.

Lo scioglimento dei comuni, proposte e controindicazioni

Nello specifico, tra i singoli argomenti toccati dalla relazione, mi vorrei soffermare su alcuni che nel corso della mia attività parlamentare ho avuto modo di studiare ed approfondire.
A partire dal problema delle infiltrazioni della mafia negli enti locali. Una piaga che in passato colpiva solo piccoli o piccolissimi comuni del sud Italia ma che negli ultimi anni ha visto una evoluzione, allargandosi anche al centro e al nord Italia ed interessando anche comuni di particolare rilevanza, come Reggio Calabria, capoluogo di regione di oltre 180 mila abitanti, o come il municipio romano di Ostia che di abitanti ne fa circa 230 mila.
La legislazione da tempo ha mostrato le sue pecche. Prima fra tutti la questione dell’ incandidabilità. Infatti, attualmente c’è un grosso buco normativo per cui la sanzione dell’ incandidabilità per quegli amministratori responsabili delle infiltrazioni nel proprio comune, quasi sempre, rimane solo sulla carta e non trova applicazione nella vita reale.
La legge prevede sì l’incandidabilità ma solo per il primo, qualsiasi, turno elettorale successivo allo scioglimento, solo se l’incandidabilità è dichiarata in via definitiva e solo per elezioni comunali, provinciali o regionali che avvengono all’interno del territorio regionale ove è avvenuto lo scioglimento. Come evitano la sanzione i collusi con la mafia? Saltando un qualsiasi turno elettorale, come ad esempio un’elezione comunale di un altro comune vicino o l’elezione regionale; facendo ricorso in secondo e terzo grado; candidandosi al parlamento nazionale o europeo o in un’altra regione. É evidente che scritta così, questa norma non ha alcun senso. Sono quindi felice che nella relazione sia stato inserito, come da me richiesto, che l’incandidabilità debba essere effettiva anche se dichiarata in via non definitiva, debba avere una durata temporale (5-10-20 anni) e non più limitata ad una sola tornata elettorale, e, infine, debba essere estesa a tutto il territorio nazionale per qualsiasi tipo di elezione, incluse le elezioni per il parlamento nazionale ed europeo.
Ma le problematiche non finiscono certamente qua. I commissari nominati ad amministrare questi enti a seguito di scioglimento devono essere messi in grado di poter svolgere al meglio il proprio lavoro, dunque avere a disposizione tutti gli strumenti necessari per allontanare dall’ente tutti i soggetti collusi con la mafia, ma anche disporre di agevolazioni finanziarie per poter rimettere in sesto le casse locali.
Inoltre, sul tema dello scioglimento degli enti locali, ancora non è certo quali possano essere i benefici della così detta “terza via”, uno strumento che viene solo abbozzato all’interno della relazione, e che dovrebbe costituire un nuovo strumento applicabile a quei casi in cui le infiltrazioni avrebbero un carattere meno invasivo.
Questa proposta rischia tuttavia di avere enormi controindicazioni ed effetti collaterali. Pensate se per mera vicinanza politica o personale, il governo decida di applicare questo strumento di mero controllo esterno ad alcuni comuni pesantemente infiltrati, solo per evitare ripercussioni politiche o d’immagine dovute ad un eventuale provvedimento di scioglimento.
L’esperienza di questi anni non mi lascia alcun dubbio. Dove ci sono infiltrazioni ci deve essere assolutamente lo scioglimento, senza se e senza ma. Agire diversamente significherebbe essere collusi con quel sistema mafioso.
Se poi il problema è andare a contrastare infiltrazioni che non riguardano la sfera politica ma quella amministrativa, ricordo che già adesso la normativa consente di allontanare queste persone senza procedere allo scioglimento degli organi democraticamente eletti. Sta scritto nero su bianco al comma 5 dell’articolo 143 del TUEL. Al massimo si potrebbe dunque modificare questa parte per renderla maggiormente effettiva.
Infine segnalo, con non poca preoccupazione, la ferrea volontà di mantenere all’interno della relazione la possibilità di chiamare in audizione presso la commissione antimafia gli amministratori degli enti locali coinvolti nei procedimenti di scioglimento. Una previsione scellerata, che sostanzialmente creerà “processi politici” paralleli, attraverso i quali i responsabili delle infiltrazioni potrebbero screditare le attività di accertamento ancora in corso, tentare di mostrarsi innocenti all’opinione pubblica, e influenzare indirettamente il procedimento amministrativo discioglimento e relativa condanna d’ incandidabilità. Anziché migliorare un sistema che già mostra qualche pecca, si rischia di seppellirne definitivamente l’efficacia.
Spero vivamente che sia la “terza via” che questi “processi politici” non verranno presi in considerazione in avvenire.
In questi anni ho avuto modo di portare alla luce molti casi di infiltrazione o presunta tale in mezza Italia, dalla Sicilia alla Campania, alla Calabria alla Puglia. E sicuramente gli strumenti legislativi che lo Stato ha a disposizione per contrastare la laboriosa macchina predatoria della criminalità organizzata, sono quasi sempre insufficienti. Così come sono insufficienti gli strumenti per rimettere in sesto gli enti, una volta che le commissioni straordinarie si insediano. A tal proposito ho depositato una proposta di legge complessiva, fatta grazie al lavoro di diversi mesi assieme ad esperti del settore. Spero che chi verrà dopo di me, possa prendere spunto e mettere sul tavolo della discussione parlamentare anche quanto già scritto e ben argomentato nero su bianco.

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